lunedì 14 novembre 2011

Flan di pecorino e pere con vellutata di cicureddhe


« Sanngetall »
Un respiro in cinque movimenti


I° movimento – Prologo. Il bisogno

Respira Gregor, respira.
Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire letteralmente dall'inferno. È per questo che ho speso parte della mia vita sui libri: per trovare soluzioni che mi facessero fuggire dall’inferno. Mi chiamo Gregor, sono mio malgrado nato tra i monaci. Ho consumato anni della vita aggrappato ai miei occhi. Attaccarmi alla voce degli occhi mi teneva legato alle parole, alle immagini ad una superficie dispiegata e uniforme; era il mio antidoto all’abitare il vuoto, l’inferno. Ascoltare le parole silenziava il vuoto e offuscava l’inferno. Capitava a volte che la vista mi abbagliasse, mi riducesse alla disperazione; portasse via la mia memoria; annichilisse la mia mente e il mio cuore; mi trasformasse in qualcuno che è assente e che conosce di essere assente e si vede ad inseguire il suo essere, come un uomo morto a fianco di uno vivo che non è più se stesso, ma che insiste che l’uomo morto sia presente anche se non può più rientrare in esso. E così soffrivo. Soffrivo perché nonostante tutto, non riuscivo a colmare con gli occhi lo spazio che separa la terra dal cielo. Tutto restava vuoto. È successo poi che, dopo una lunga e ripetuta serie di visioni di parole sono rimasto assolutamente incapace di lavorare e pensare percependo a stento di essere vivo. Inerme brancolavo in un vuoto uniforme luminoso bagliore. Questo era il mio presente.
Respira Gregor, respira.

II° movimento – La seduzione

Mi sono consumato la vista ad inseguire parole. E in questo inseguimento, cercare senso. Era come scivolare su di una superficie dispiegata, indistinta e così lucida che abbagliava. Chiedevo agli occhi pietà. Ma non c’era pietà. Chiedevo loro che riempissero quel vuoto che mi lacerava. Ma i miei occhi in tutto quel bagliore si contorcevano. Si ancoravano a parole che non risuonavano: ancorati gli occhi, ancorato io. Mi trasformavano in solida pietra, ma finalmente mi tenevano fuori dal vuoto. Sino a quando tutto ha cominciato a vibrare. Sino a quando una parola ha cominciato a girare negli occhi. È emersa e subito si è insinuata nel movimento degli occhi. Voluttuosa, dagli occhi è caduta sfiorandomi delicatamente senza fare pressione sino al naso e poi alla gola ha rallentato disegnando leggeri soffici cerchi concentrici e poi su, su fino al cervello dove si è fermata un poco più a lungo diffondendo calore fino a scivolare irruenta e bramosa giù nei polmoni aprendoli con forza e poi chiudendoli e aprendo e chiudendo aprendo e chiudendo aprendo e chiudendo provocando un ritmato respiro che si è dissolto estenuato e lieve in un prolungato rotondo armonico e fragile suono. Era un suono che allargava gli spazi e squarciava con timidezza il bagliore. Un suono che mi ha sedotto e che mi ha aspirato in quel vorticoso infernale vuoto obbligandomi ad abitarlo. È stata la seduzione di questa parola che mi ha obbligato ad abitare per la prima volta questo vuoto da cui fuggivo.

III° movimento – La tensione

Abitare questo vuoto voleva dire fare i conti con il mio presente, con i miei occhi, con ciò che fino a questo punto mi aveva impedito di abbandonarmi al vuoto. Adesso, seduto nel vuoto, compresi che un tempo era giunto. Dovevo rendere sacra la vista per distoglierla dal radicamento e creare uno spazio da cui io, e solo io, affacciarmi al cielo e alla terra. E così ho fatto, ho reso sacro, ho sacrificato un occhio. Non è stato semplice. Ci vuole di essere liberi per scegliere di cavarsi un occhio. E ci vuole disciplina. Attenta e ribelle disciplina. Mi sono alzato. Ho sperato che il ritornare di quel suono seducente mi narcotizzasse. Ho lasciato che il ritmo del respiro rallentasse. Che il pensiero sparisse. Ecco, il cuore è silente. L’occhio dorme … Ho appoggiato silenziosamente i polpastrelli del pollice, dell’indice e del medio della mano destra sull’occhio. Respira, Gregor, respira. Una decisa pressione con repentina rotazione antioraria e l’occhio se ne è venuto, senza lacrimare sangue. Ed è stata poesia. Questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni, che dà colori nuovi. La poesia è una semivisione, una semicecità che piega. Che crea tensione. Piega la terra al cielo. Tende il cielo alla terra. Questa semivisione, questa semicecità è sapienza. È sapere che solo il proprio cammino, il proprio unico individuale cammino se si manifesta, piega la terra al cielo, tende il cielo alla terra. Ora comprendo: «Non sia un altro chi può essere se stesso», era la poesia con cui quella parola aspirante mi aveva sedotto. Vivere è un atto poetico. Vivere è ribellarsi liberamente alle abbaglianti uniformità dispiegate. Vivere vuol dire conoscere tutte le proprie potenzialità ed attuarle. Vivere è scegliersi. Scegliersi è un atto poetico. Vivere è un atto poetico. Da ripetere.

IV° movimento – Il profumo

Ma ancora soffrivo. La poesia mi aveva donato un nuovo rapporto con le parole, con la vista. Un nuovo stare tra cielo e terra. Ma non mi aveva affrancato. Erano poetici, ma erano pur sempre segni. Trappole per quell’occhio solitario. Stavo peggiorando velocemente: stavo ammalandomi. Ero bloccato, quasi radicato. Si producevano sul mio corpo ferite per lesioni da contatto con le parole. «Potrei andare oltre se solo qualcuno mi dicesse le cose giuste. Potrei completarmi integralmente se solo qualcuno mi indicasse una rotta». Mi laceravo con queste parole. Mi ferivo per la vicinanza di queste parole. Ma di li a poco, fu ancora seduzione. Toccò al profumo di una parola sedurmi. E la seduzione fu totale. Non potei sottrarmi a quel profumo: il profumo è fratello del respiro. Il profumo penetra: ad esso non si resiste se vuoi vivere. Ed in quel profumo compii il secondo sacrificio, resi sacro l’altro occhio. Mi lavai bene con acqua fresca. Provai a distendere i muscoli del braccio. Respira Gregor, respira. Cercai l’occhio con la mano; trattenni il fiato e con un gesto lo sfilai con risolutezza e consapevolezza. Sentii solo una goccia scivolare lenta e calda sino al labbro inferiore. Profumava. Preferii non asciugarla. Fu cecità. Finalmente il bagliore fu lacerato. Questa cecità, questa visione, questo abitare il vuoto, liberò spazio. Creò silenzio. Mi abbandonai fiducioso a quel profumo. Un profumo ricco di seduzione più convincente delle parole, dell’apparenza, del sentimento e della volontà. Non potei rifiutarne la forza. Mi penetrò come l’aria che respiravo: penetrò i miei polmoni, mi riempì, mi dominò totalmente. Non ci fu modo di opporvisi. Fu come lasciarsi condurre da un cavallo cieco che intuisce il vero. Spinto dall’impeto di questo sicuro cavallo cieco tirai e piegai per nove giorni consecutivi la superficie prendendo coscienza di tutte le mie potenzialità. C'era una benevolenza infinita in quel galoppo, c'erano tenerezza, commozione e la profondità vuota e sciocca di chi ama. Fu la leggerezza dell’abbandonarsi. Fu il profumo inebriante della consapevolezza. Fu il mio integrale completamento.
Respira desso Gregor, respira.

V° movimento – Epilogo. Ritornare

Adesso devo raccogliere tutto. Devo raccogliere il primo occhio. Devo ridonare corpo al mio corpo. Devo nuovamente fare voce in questo vuoto per poter essere cielo e terra. Per poter ripetere il vivere come atto poetico. Con consapevolezza. Recuperare anche l’altro occhio per rigettarmi e tornare nuovamente in quel presente da cui ero stato aspirato: non posso raggiungere l'individuazione, la mia piena realizzazione senza il senso di connessione con gli altri. Devo tornare allo stesso presente ed essere presente. Finché nuovamente qualcosa dispiegherà la mia superficie. E allora dovrà ritornare il cerchio: sarà la seduzione che mi sradicherà, che mi farà vorticare, che mi spingerà perché da un presente possa eternamente tornare ad un rinnovato presente. Alla ricerca dei miei limiti oltre i limiti imposti dal bagliore. Per poi ancora ritornare. Non possiamo raggiungere l'individuazione senza il senso di connessione con gli altri, e d'altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l'individuazione: ecco l’eterno ritornare del presente.

Quando? Adesso. Dove? Sempre.

Gregor vi saluta,
con sapore.

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Kai, questo te lo devo proprio.
Il racconto di come è nato questo piatto te lo devo come si deve un grazie.

Si chiama «Sanngetall», “che intuisce il vero”, che abita la tensione.

«Sanngetall» è uno degli appellativi di Odino, il dio della poesia. E la tensione era ciò che dovevamo raccontare quel giorno.
Lo dovevamo io, e i quattro della compagnia: pere, cicorielle selvatiche, pecorino, funghi cardoncelli.
Ci riunimmo e dissi loro che abitando la tensione avevo avuto un’intuizione. E di quell’intuizione una sua visione: avevo visto Odino, il dio della poesia, fare dono di un occhio per riceverla.
Non avevamo ancora una drammaturgia. Da questa immagine dovevamo partire: io per la regia; gli attori per costruire i personaggi.
Poi come al solito avremmo montato tutto insieme attuando le dovute modellazioni. Avremmo avuto la drammaturgia come risultato e non come premessa.
Ci annusammo e ci salutammo. Decidemmo di lasciar passare due giorni di reciproca solitudine.
Passarono i due giorni e tutti tornammo.
Ci annusammo calorosamente ed ognuno cominciò a condividere la proprio esperienza dell’abitare la tensione sotto la luce dell’intuizione che avevamo condiviso.
Le cicorielle selvatiche si presentarono mettendo in scena una vellutata. L’immagine della poesia e della tensione aveva creato in loro il desiderio di rotondità, quasi a compensare, quasi ad incrementare la differenza di potenziale con la loro spigolosità. Tensione tra rotondità e spigolosità. Si trattava innanzitutto per loro di raccogliersi insieme per raggiungere per lo meno il peso di 500g. Successivamente buona parte della loro azione ruotava sulle pratiche di pulizia e lavaggio. Riti di purificazione. Loro, le cicorielle si facevano pulire dalla terra che prima le aveva scaldate e adesso le accompagnava e si lasciavano lavare da mani sapienti. A quel punto, belle bagnate si tuffavano in poca acqua bollente, giusto il tempo di diventare morbide. Una veloce danza nel bicchiere di un minipimer per allentare le tensioni delle loro fibre e diventare cremose. Si sedettero per assistere all’azione degli altri.
Toccò ai cardoncelli che a loro volta si sono offrirono interpretando un classico del loro repertorio: i cardoncelli trifolati. Al momento non capii la scelta. Comunque si trattava di un movimento di 1 Kg di cardoncelli che attraverso il rito del lavaggio e della pulizia passando per la scomposizione della loro identità con l’aiuto di una lama li accompagnava in un'arena in cui aspettavano olio caldo, aglio e peperoncino. E questo chilogrammo di cardoncelli danzò sino a quando il suo essere non si fu intenerito. Anche questo personaggio messo in scena, come per le cicorielle, raccontava della tensione insita nel mutamento del proprio essere.
Pere e pecorino invece, essendo da poco andati a vivere insieme, portarono un lavoro a due. Scelsero di mettere in scena un dialogo, considerato da loro luogo di eccezione della tensione: tensione semantica, tensione emotiva, tensione che si risolve, tensione che si manifesta.
Lui, un bel pezzo di pecorino di mezza età che pesa 200g, decisamente terreno nel suo manifestarsi, dialogava romantico con una pera, truccata da Abate, inscenando anche un rapporto corporale di crudità naturale tra i loro corpi nudi. La tensione del corpo nel dialogo. Questo non ci convinceva molto. All’interno delle narrazioni proposte dagli altri risultava un po’ esterno. Ma che dialogassero lui, pecorino e lei, la pera, che dialogassero cielo e terra in un'unità che si proponeva per creare una ulteriore unità, ci piaceva. E ci convinceva.
Comunque decidemmo che alla fine il materiale c’era ed era anche di buon livello. Si prospettava un atto creativo dignitoso. Procedemmo.
Dovevamo montare il tutto modellando le parti che non fluivano. A quel punto si trattò solo di realizzare la scena. Attrezzisti, luciai, macchinisti: furono tutti convocati.
Farina integrale di farro e olio extravergine di oliva si unirono per creare una crema che accolse sul fuoco le cicorielle a crema offrendo loro una perfetta scenografia di rotondità.
Per il pecorino e la pera fu un po’ più complicato. Volevamo mantenere la loro idea di dialogo, ma nel contesto necessitavamo di renderlo in modo diverso. La tensione cielo-terra era quello che volevamo mantenere. La loro nudità doveva essere espressa in un contesto che mettesse in gioco anche un aspetto erotico e spostasse l’attenzione dalla immediatezza del corpo a quella della materia e dello spirito. Allora decidemmo di incaricare le uova di costruire insieme alla farina e all’olio un telaio che contenesse la pera ammorbidita dallo zucchero come un vivente contiene il cuore. Il risultato fu stupefacente. Il corpo possente del pecorino raccoglieva all’interno con una freschezza erotica il cuore morbido, struggente di una pera.

Ah! che meraviglia l’opera degli attrezzisti nelle cucine! Che incredibile lavoro di sostegno e materializzazione funzionale delle intuizione che svolgono.
Come Kai? Chi sono gli attrezzisti?
Le uova sono attrezzisti. E forse anche la farina? E lo zucchero? E che dire dell’olio extravergine di oliva? E dell’affaccendarsi continuo del forno e dei fornelli?
Questi sono pensieri che mi porterebbero via, Kai. Mi porterebbero lontano in un roteare di intuizioni ed emozioni. Ne parleremo la prossima volta. Adesso devo ritornare al racconto di quel giorno.

Mancava ancora un po’ di luce sulla scena.
Questo ci sembrò chiaro a tutti.
Furono i funghi cardoncelli a proporsi come creatori di una cupola che illuminasse la scena: adesso era chiaro perché si erano proposti in quella loro semplicità: lo avevano fatto per mettere nel gioco la tensione che l’abitare genera al contatto con l’abitudine, con il già visto. Chiesero solo che per evidenziare una luminosità che mancava, si potessero chiamare tre patate che, scomposte in piccoli fiammiferi e passate in olio bollente, si rendessero croccanti.
Si. Così ci piaceva. Così fluiva.
E così montammo lo spettacolo: sulla base della scodella la vellutata di cicorielle su cui si adagiava il tortino di pecorino dal cuore di pera che veniva custodito sul capo dai funghi trifolati e illuminato ancora più in alto dalla patata fritta.

La musiche nel piatto erano quelle di Barbara Strozzi

E andammo in scena. Quel giorno.

Il risultato lo hai vissuto, ed è stato come connettersi.

Ti abbracciamo tutti e ti ringraziamo per aver infuso in tutto questo lavoro l’energia di una vita resa felice per mezzo della condivisione.

Vivi felice.
Con sapore,
Biso

P.s.: Kai, anche Uri Caine e Paolo Fresu alla fine si sono occupati di Barbara Strozzi

sabato 26 febbraio 2011

ingredienti base - la vita, le storie

Che faccio? Ma proprio nelle mie reti si doveva infilare ‘sto coso?
Adesso che faccio? Devo decidermi, prima che arrivino gli altri.

Elend, devo partire. Ascoltami, non piangere, devo partire. Non voglio, ma devo partire. Diyar, Hejar e Samrend fra qualche mese non avranno più niente da mangiare. Elend, tu già fai miracoli per nutrirli. Non piangere. Non posso più restare qua: ho sentito dire che Bahoz e Helmet si sono venduti e spargono nausea e arroganza in tutto il villaggio. I nostri genitori ci stanno proteggendo, ma presto quei due mi saranno addosso e mi consegneranno alla milizia. E tu sai a quel punto la mia vita che valore avrebbe: carne da tortura. No, Elend, c’ho provato.
Ho provato a sopportare. Ho provato a pensare che tutto sarebbe finito. C’ho provato, Elend. Ma non ci sono riuscito. Non posso vedere morire i nostri figli per la fame; non posso nascondermi per sempre da fratelli corrotti. Non posso. Devo partire. Non tanto per me, Elend. Morirei qua per difendere la nostra libertà. Ma condannerei alla morte per fame te e i nostri figli, Elend. Smetti di piangere, Elend, e abbracciami. Fammi sentire il profumo della tua pelle, Elend. Baciami. Stai sorridendo. Sono felice di partire vedendoti finalmente sorridere. Tornerò, Elend. Te lo giuro. Tornerò con ciò che basta per una vita dignitosa. E intanto lavorerò e vi spedirò soldi. Tornerò. Adesso però, devo partire. Baciami ancora.

Ma proprio a me doveva succedere una cosa così? Che faccio? Che faccio con questo poveraccio. Ma proprio io dovevo incontrare ‘sto tizio morto cercando di vivere…
E magari è morto non solo per lui. Magari anche per altri: figli, mogli, genitori. Chissà chi ha lasciato a casa. Ma perché sei venuto da me? Ma perché? Devi avere attraversato il mare a bordo di qualche nave che puzza. Chissà quante persone devono aspettare tue notizie a casa. Ti devo portare a riva. Ti riconosceranno e avvertiranno i tuoi familiari. Che piangeranno. Ma almeno piangeranno un corpo. Ma ti riconosceranno in queste condizioni? Ma perché da me? Perché proprio a me?

Sono partito a bordo di una macchina, ho attraversato l’Iran fino al lago di Van. Poi un po’ a piedi e un po’ su di un camion, sono arrivato ad Istanbul. Poi ancora a piedi e su di un camion sono arrivato a Salonicco. Un treno mi ha portato ad Atene. Ho contrattato con i trafficanti un posto insieme ad altre undici persone su di una nave. Mi sono trovato con altre trentaquattro persone su di un gommone. Ci avevano tolto i documenti e poi abbandonati sulla costa. Non potevo tornare indietro. «Non avete altra scelta», ci dicono. In trentacinque su un gommone. Ho sete. Siamo partiti.

Ma cosa devo fare con te? eh?! Dimmelo! Cosa devo fare con te?
Anche io sono qua in mezzo al mare. Anche io sto cercando di vivere. Anche io sono in mezzo al mare non solo per me. Anche io sono qui per la mia famiglia.
Tutte le notti, verso le undici, mi avvio al molo. Ci sono due marinai ad aspettarmi. Saliamo sul mio piccolo peschereccio e salpiamo. La nave è quella che è: non ho soldi per cambiarla. Non ho soldi per cambiarla, mi hai capito? Non ho soldi. Esco fuori nel freddo della notte. Pesco. Pesco poco. Pesco oramai molto poco. E guadagno poco. Troppo poco. Anche io sono in mare cercando di vivere, caro mio. Io però devo stare in mare tutti i giorni. Cercando di vivere. Devo stare in mare non solo per me ma anche per la mia famiglia. Se resto a casa, è la fine. Ma perché sei venuto da me?

Lo faccio per voi. Diyar, Hejar, Samrend, Elend, voi avete creduto in me. Abbiamo venduto tutto a casa per recuperare i cinquemila dollari necessari al viaggio. È rimasta la capra, poco grano e la bontà dei vicini a sfamarvi. Adesso voi aspettate ansiosamente me e i miei soldi. Ve l’ho promesso: vado in Italia, lavoro e vi mando i soldi. Presto. Prestissimo. E tornerò. Con me sul gommone ci sono quattro anziani, tre donne e cinque bambini. Loro scappano solo dalla fame. Tutti gli altri, mi somigliano. Scappano anche dalla paura, dall’arroganza e dalla repressione. È notte, partiamo. Ho fame.

Devo portarti a riva, non solo per te, ma anche per la tua famiglia. E io devo stare in mare, non solo per me, ma anche per la mia di famiglia. Ma se ti porto a riva, che ne sarà di me? E se la guardia mi blocca la nave fino a quando non finiscono le indagini per capire chi sei? E se invece pensano che ti ho ucciso io? No, non ti posso portare a riva. Te l’ho detto, io devo stare in mare tutti i giorni. Tutti i santi giorni che la vita me lo permette, io devo stare in mare non solo per me, ma anche per la mia famiglia.

Si sta male qui sopra. Fa freddo. Ho sete. I bambini piangono e si sentono male. Le madri vorrebbero urlare ma il marinaio che ci controlla gli chiude la bocca con delle manate. Lo ucciderei, ma poi chi ci condurrebbe a riva? Il pavimento del gommone è caldo di urina. Due bambini sono morti. Il marinaio li ha sollevati e gettati in mare. Le madri stanno urlando; il marinaio le spinge in mare. Non sentiamo già più le grida. Vorrei ucciderlo, ma poi chi ci condurrebbe a riva? Morirei anche io qua solo nel deserto del mare. E voi, figli miei, morireste con me. Gli anziani non ce la fanno. Si lamentano. Svengono. Il marinaio ad uno ad uno li abbraccia, li solleva con le braccia sopra la sua testa e li getta in mare. Nessuno si oppone. Nessuno si lamenta. Lo uccideremmo, ma poi chi ci condurrebbe a riva? Fa freddo. Non riesco a respirare bene. Forse è colpa del vento.

Non ti posso guardare. Sento di morire. Sento di fare qualcosa contro la vita. Sento di offendere il mare. Sento che i miei polmoni si stringono strizzandomi il cuore. Sento l’aria pietrificarsi nella mia gola. Sento di non riuscire a mandarla giù. Sento la nausea lacrimare dagli occhi. Sento i tuoi figli piangere un padre senza corpo. Sento i tuoi figli piangere per la fame. Sento la tua famiglia annegare impigliata in un’altra barca. E sento i miei figli aspettarmi a casa a bocca aperta gridando: pane!

Non mi sento bene. Mi gira tutto. Ho la fronte che brucia. Ho freddo. Mi viene voglia di vomitare. Le ginocchia si stanno piegando. Per un momento ho sentito il profumo della tua pelle Elend. L’ho sentito cavalcare l’unico refolo di vento caldo di tutto il viaggio. Vorrei sorridere, Elend, e invece alcune gocce salate stanno fuggendo dai miei occhi. E non sono mare. Le ginocchia non mi reggono. Non riesco a controllare gli occhi, Elend. Tutto si annebbia intorno a me. Ho paura, Elend. Ho paura. Ho paura per me. Ho paura per voi. Mi sento svenire. Mi sento morire. Ho paura di morire. Qualcuno mi sta abbracciando.

Ti chiedo perdono. Ti chiedo di dirmi che mi capisci. Ti chiedo di confessarmi che faresti lo stesso se tu fossi nei miei panni. I miei figli soffrirebbero, lo capisci? Lo capisci che la mia famiglia soffrirebbe se ti portassi a riva pensando ai tuoi? Eh, lo capisci? Ma dico io, ma con tutte le barche che girano per questo mare… con tutte le reti che setacciano questo mare… proprio da me dovevi venire? No. Ho deciso. No, non ti posso portare a riva. Non posso proprio. Adesso basta. Ora provo a prenderti. Che fatica abbracciarti per sollevarti. Chissà come dovevi essere prima. Certamente non eri così gonfio. Il mare ti ha dato un altro volto. Eppure mi pare di capire che sei un uomo per bene. Mi pare di immaginare al di là di questo gonfiore tutto viola che faccia hanno i tuoi figli. Al di là di questa faccia gonfia mi pare di intravedere i tuoi lineamenti e le mani di tua moglie carezzarli. Sto piangendo vedi? Io, sto piangendo. Io che ho le emozioni incrostate di salsedine, sto piangendo. Ma perché sei venuto da me? Eh? Perché? Basta! Ora ti abbraccio e ti tiro su.

Mi stanno sollevando verso le stelle. Diyar. Hejar. Samrend. Non ho potuto salvarvi. Il grano finirà. E finirà anche la bontà dei vicini esaurita dalla fame e dalla sopravvivenza. Morirete. Morirò. Elend, morirò. Adesso non sento più le braccia del marinaio sorreggermi. Mi sento sospeso, Elend. Sto piangendo, Elend. Elend! Sto per entrare in acqua e non ho le forze per nuotare. E anche se le avessi, dove andrei? Elend! Sto per toccare l’acqua. E morire. Ho cercato di vivere, figli miei. Ho cercato di farvi vivere figli miei. Vi amo, figli miei. Sto piangendo, Elend. Ho cercato di salvarti, Elend. Ma non ci sono riuscito. Addio figli miei. Addio Elend. Sento l’aria fredda della notte sospingermi in alto. Sto ricadendo. L’acqua si avvicina. Sento il mio corpo avvolto dall’acqua gelida. Addio Elend. Addio figli miei…

Hai fatto un tonfo sordo quando sei caduto nell’acqua. Sei troppo gonfio per affondare. Stai galleggiando. Abbi fede, qualcun’altro ti troverà. Adesso accendo i motori e manovro. Alle mie spalle c’è il sole che sorge. Davanti a me vedo già il porto. Ora scendo e vendo il pesce. Pago i due marinai. Un saluto alla guardia e vado a casa con il pane. Sto arrivando. Anche oggi papà sta arrivando. Buon appetito anche per oggi figli miei.



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C’è un pescatore giù al porto. Avrà più o meno 50 anni. Arriva sempre quando sorge il sole. Ci vado a parlare spesso. Ha venduto tutto mi ha detto. Aveva una barca, vecchia ma funzionante. L’ha venduta. L’hanno comprata due marinai che lavoravano per lui. Non mi dice mai perché lo ha fatto. Non so se è per la fatica che la vita da pescatore richiede. Non me lo vuole dire. Io glielo chiedo e lui mi racconta di mare e di pesca. Mi parla della manutenzione delle reti. E mi dice di ricordarmi sempre della gioia e della fortuna che c’è nell’avere cibo. Della sacralità del cibo. Della miseria del non avere cibo. Dell’ingiustizia della fame. Poi tace e contempla silenzioso il sole che sorge. Dopo mezz’ora finisce di pescare tra i suoi pensieri, si volta verso di me e mi chiede: «Che lavoro fai ?». Gli dico che sono cuoco. Mi dà una pacca sulla spalla con quella sua mano incrostata dalla salsedine. E finalmente sorride. Allora mi racconta di quando anche lui disse a suo padre di voler fare il cuoco. Sognava di aprire una locanda. E vedeva sua moglie e i suoi figli dentro a lavorare con lui. Perché lui aveva sempre voluto avere tre figli. E tre figli aveva avuto. Ma il padre, pescatore, disse che sarebbe stato meglio portare avanti l’attività di famiglia e non mandare in malora quella barca comprata con tanto lavoro. Ci aveva riflettuto su e aveva deciso di continuare anche lui a fare il pescatore. Però una cosa l’aveva ottenuta: sulla nave del padre, era sempre lui che cucinava. Gli spettava di diritto. Era libero di cucinare quello che voleva. L’unico obbligo era usare tutto e solo il pesce che nessuno avrebbe comprato perché troppo poco gentile. «Il cibo è sacro. Il cibo è fatica. Il cibo è vita. Vita presa e vita data. È un sacrilegio per la terra, per l’aria e per il mare sprecarlo», diceva suo padre tutti i giorni mentre la nave lasciava la costa. E mi racconta di come lui per rendere giustizia a quel pesce ne facesse un brodetto. Lo faceva perché gli sembrava che fosse un piatto che richiedesse nella preparazione la sacralità della preghiera. E la preghiera, gli avevano insegnato, era il mezzo per rendere grazie a tutto ciò che è sacro. «E il cibo è sacro», mi ripeteva guardandomi negli occhi. Cominciava a selezionare il pesce: triglie, sgombri, rombi, cefali, cicale, spigolette, merluzzetti, pannocchie, calamari, seppie, sogliole, palombo, cappone. Lo separava per grandezza e per carni: ognuno aveva un suo differente tempo di cottura ed entrava a far parte del piatto in tempi diversi. Sempre per il solito precetto, tagliava i pesci più grandi in pezzi. Con le teste e le lische dei pesci più grandi, preparava un brodo che sobbolliva barcollando su di una cucinetta elettrica. Il segreto per lui stava nel far soffriggere teste e lische insieme a qualche carusella. La carusella, mi diceva, è il fiore del finocchio selvatico. La carusella, quello era il suo segreto. Solo quando le teste e le lische si erano dorate bene, solo allora aggiungeva acqua. E altri profumi a seconda dell’istinto del momento. Mentre il brodo di pesce sobbolliva, affettava una cipolla e la faceva rosolare nell’olio in un’altra padella. Poi, avendo avuto cura di non fare bruciare la cipolla, aggiungeva qualche pomodoro a pezzi, aglio e prezzemolo tritati e un cucchiaio di aceto diluito con un po’ di brodo di pesce. Questa dell’aceto l’aveva sentita raccontare da un pescatore di Ancona una volta che era venuto a trovare suo padre. E lasciava andare fino a che tutto l’alcool dell’aceto non fosse evaporato. Allora cominciava ad aggiungere i pezzi di pesce più grande e con carne più soda. Dopo alcuni minuti proseguiva aggiungendo tutti gli altri pesci in ordine decrescente di grandezza. E li faceva insaporire bene. Aggiunto tutto il pesce, lo copriva con il brodo filtrato con uno straccio di lino. Lasciava cuocere lentamente. Suo padre puntualmente a questo punto arrivava a controllare con quel suo naso giudice. Faceva un movimento di invito con le mani e tutto il vapore che saliva dalla pentola, si offriva al suo naso. Guardava compiaciuto e tornava alle reti. Il segreto di questo cibo stava tutto nella densità che lui riusciva ad ottenere: alla fine il brodetto era deciso come la volontà e vellutato come una carezza. Prendeva il pane raffermo portato da casa: guai gettarlo! È pane!, sacro, da non gettare nemmeno quando è vecchio. Nemmeno quando è duro. Lo prendeva, lo tagliava con fatica a fette e lo strusciava con uno spicchio d’aglio. Metteva il pane nelle ciotole e quando il brodetto era denso al punto giusto, lo scodellava sul pane. Denso al punto giusto, mi diceva, è quando riesce ad impregnare il pane senza per questo risultare acquoso: deciso e delicato. A vedere le facce di suo padre e dei marinai, diceva lui, pareva che questo cibo, caldo e preparato con lunga consapevole cura, ristorasse i loro corpi dalla fatica e liberasse dai vincoli le loro labbra che salivano in sorrisi. Magari anche solo per un attimo. E, sempre, come una litania, suo padre, per ringraziarlo, gli diceva guardando verso il mare: «chissà che ne sarebbe stato della tua vita se tu avessi fatto il cuoco». Finivano di mangiare e tutti , lui compreso, si rimettevano a lavorare con le reti. Alla fine aveva sempre scelto di fare il pescatore e non il cuoco.

Tutte le volte che vado a sedermi accanto a lui su quella panchina mi racconta esattamente questa solita storia. E non c’è dettaglio che cambi. Poi, dopo aver fatto silenzio e respirato al sole che si è alzato deciso all’orizzonte, se ne va sempre dicendomi: «Dovresti venire anche tu qualche mattina qui a salutare il sole che sorge». «Perché?», rispondo. «Perché in curdo il nome Elend vuol dire il sole che sorge». Poi si allontana dicendo: «Buon appetito anche per oggi, amico mio».

Non ho mai chiesto niente. Ho solo e sempre pensato che non si comprende mai abbastanza quanta umanità ci sia dietro al cibo.

Con sapore,
Biso